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La cappellina della Madonna del riposo

fonte immagini: foto di Francesco Carabelli

Il giorno 29 maggio 2012,  don Remo ha benedetto nel bosco, in località monte della Premorneramonte di Quinzano, la bella cappellina della Madonna del riposo, presente il sig. Sindaco dott. Giorgio Ginelli e un folto gruppo di jeraghesi. L’opera è stata tenacemente desiderata da Luigi Turri con anni di progetti, ripensamenti fino a giungere alla attuale realizzazione, dove tutto ha un  significato. Il bosco dove sorge è stato da sempre fonte di sussistenza per gli jeraghesi ed il luogo di edificazione si trova presso una valle verde e lussureggiante, bagnata da un rile di acque sempre vive, almeno fino a quando i prati furono coltivati. 

Oggi, poichè i fossi sono trascurati, questi prati  tendono ad impaludarsi e diventano il rifugio di anatre e selvatici di passo, bellissimi da osservare. Nei tempi trascorsi gli uomini al lavoro nei campi, togliendosi per rispetto il copricapo, sempre rivolgevano alla Madonna una preghiera al suono dell’angelus di mezzogiorno. Per chi passerà da  lì l’invito della Madonnina con  Bambin Gesù dormiente  sarà ad una preghiera e don Remo ha paragonato quell’Ave Maria ad un “Sms in Cielo”.

In una accogliente radura, la cappellina costruita da Luigi Turri in collaborazione con Antonio Lo Fiego,  con robusti blocchi di  sarizzo dei nostri trovanti (i sassi morenici trasportati dai ghiacciai),  impreziosisce  l’affresco della Madonna del riposo dipinta da Gianfranco Battistella che offre magistralmente  un d’après  di Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato – che si trova in san Rocco.

Possiamo pensare che l’edicola sorga in prossimità dell’antico percorso che i viandanti facevano per recarsi a San Pietro di Quinzano. La denominazione di san Pietro indica una chiesa paleocristiana.  Sulla stessa via provenendo da Jerago, dopo il monte della premornera (toponimo per cava di pietre molitorie), volgendo a sinistra verso Besnate, dopo i pozzi artesiani, si può raggiungere sulla destra Buzzano  e la chiesa di Santa Maria, della quale ora si può ammirare il solo campanilino romanico, perchè l’edificio antico fu, in epoca recente, maldestramente distrutto per allargare la strada. Secondo alcuni studiosi la chiesa di Santa Maria di Buzzano, si chiama anche Santa Maria del Gallo; ricordo questo della rievangelizzazione delle nostre terre avvenuta per merito dei monaci irlandesi provenienti da San Gallo. A prova di ciò l’antica dedicazione di una  chiesa romanica a San Gallo in Vergiate. Quindi questa nuova cappellina comunque sorge in prossimità di vie di antica frequentazione religiosa.

 

                                                                                                           Anselmo Carabelli

Storia della Chiesa di San Rocco

La chiesa di San Rocco e’ da considerarsi, in origine, come piccolo oratorio campestre, costruito dalla Parrocchia di San Giorgio negli anni che vanno dal 1570 (visita di S.Carlo) al 1630 anno della benedizione e della prima S. Messa.  La dedicazione a S.Rocco é chiaramente motivata dal desiderio del “popolo jeraghese” di ringraziare il santo patrono degli infermi e degli appestati “per essere egli stato preservato dal contagio del 1630” (il riferimento e’ del Parroco G. Bonomi 1636-1675; la peste e’ quella ricordata dal Manzoni nei Promessi Sposi).

(fonte immagine: beweb.chiesacattolica.it)

Sorta quindi come Cappelletta isolata ”in mezzo ai campi”, diventata nel 1750 “la Chiesetta del Rione di San Rocco” quando viene dotata del nuovo altare “in mattoni” posto sotto l’abside semicircolare.

La “pala” dell’altare, in “legno di fattura settecentesca”, incornicia un quadro di “S.Rocco Pellegrino”, raffigurato nella classica iconografia “con cane ed angelo”, di modesta fattura, proveniente dalla chiesa vecchia di “San Giorgio”, da dove appunto in quegli anni era stato eliminato l’altare del Santo, in corrispondenza con la costruzione della nuova chiesetta a lui dedicata.

Di grande interesse, sempre sulla pala dell’altare, un quadro  con Madonna e Bambino del Sassoferrato (Giovanbattista Salvi, detto il S. 1609- 1685 ) quadro molto simile a “Madonna con Bambino ed Angeli” esposto in Brera. Attualmente la pala dell’altare e’ stata spostata sulla destra entrando e il quadro del Sasso ferrato é solo in copia, poiché l’originale viene custodito  altrove per la sua preziosità. Nel 1816 viene dotata di una bel lissima via Crucis opera dell’incisore Mochetti, dal 1742 viene  usata dalla Confraternita del Carmine per le proprie riunioni, delle quali rimane testimonianza nel bellissimo “Tableu delle presenze”, in legno intarsiato, che racchiude un originale istogramma con segnalini in legno  (lato sinistro dell’altare).  Sulle pareti a sinistra il “Quadro di San Carlo”, di ignoto, raffigurante il santo in atto benedicente. Nella nicchia del lato sinistro si ammira la statua della Madonna del Carmine, tanto cara ai vecchi jeraghesi di fattura seicentesca proveniente dalla chiesa vecchia di San Giorgio (attualmente in restauro) di seguito un seicentesco quadro di San Antonio recentemente restaurato.

Sulla parete di destra, la pala dell’altare settecentesco, qui relegata dopo la ristrutturazione del 1980 (arch. Moglia), sopradescritta e di seguito verso il portone di ingresso il quadro detto della Madonna della Noce, dalla viva espressione materna della Madonna, la cui aureola non marcata sfuma circolarmente sino a sparire, opera di ignoto 1700.  La chiesa é stata recentemente ristrutturata con il rifacimento del pavimento la posa di un altare postconciliare, la revisione del soffitto a cassettoni.

L’aspetto modesto della facciata, semplicemente intonacata a calce, è comunque impreziosito dalla elegante scalinata e dal mosaico del concittadino pittore Ambrogio Riganti, rappresentante un San Rocco pellegrino che va devoto per la sua strada di carità e amore, consapevole del dolore, ma anche della profonda bellezza della vita rappresentata dalla bellezza dei prati intorno. L’amorevolezza dell’angelo richiama nella inclinazione del viso la Madonna della fuga in Egitto  (Varese Sacro Monte la Via delle Cappelle). Un elegante piccolo campanile ad una sola €campana, conferisce un semplice ritmo a tutto il volume archi tettonico.

La chiesa di S. Rocco- il Cardinal Schuster – la Madonna con Bambino dormiente attribuita a Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato “pictor Virginum”

(testo e studi Anselmo Carabelli)

La quadreria della chiesa di san Rocco, può vantare tra le sue opere una tela raffigurante Maria con Bambino dormiente, opera di Giovan Battista Salvi; pittore nato a Sassoferrato nel 1609, morto in Roma nel 1685. Attualmente una riproduzione del quadro è presente nella originaria collocazione al centro della Pala dell’unico altare della chiesa. Pala ora traslata ed appesa sul lato destro quale  risultato delle modifiche postconciliari ad opera dell’architetto Moglia di Gallarate, essendo parroco Don Luigi Mauri (un’immagine simile è stata riproposta nella cappellino della Madonna del Riposo, per volontà di Gigi Turri).  La tela originale fu individuata e attribuita al Salvi dal Cardinal Ildefonso Schuster[1], durante una sua visita pastorale e per suo ordine, rimossa e custodita altrove dal Parroco. Si impone ora una  risposta plausibile alla domanda di come faccia un’opera di sicuro valore pittorico e storico  ad  essere arrivata a Jerago  in una chiesa minore. Dai resoconti delle visite pastorali evinciamo che la chiesa di San Rocco, con grandi sacrifici della popolazione ed alterne vicende,  fu costruita ex novo negli anni  che vanno dal 1570 al 1630 anno della inaugurazione. I parriocchiani di San Giorgio avevano così onorata l’esortazione del Cardinale Carlo Borromeo ad ultimarne  l’edificazione in riconoscenza all’intercessione del santo pellegrino per la protezione divina dalle spaventose pestilenze.[2]  Il luogo, che per ubicazione oggi la ascriverebbe più ad oratorio campestre, si trovava sulla via principale  per chi provenisse da Gallarate e questo fino agli anni ’60 del 1800, quando la viabilità fu seriamente modificata dallo scavo della ferrovia mediterranea, oggi FFSS. La chiesa di san Rocco fu dunque edificata con lentezza perchè, nello stesso periodo si affrontava dalla parrocchia la prima grande trasformazione della chiesa di san Giorgio, adempiendo anche in questo caso alle istruzioni generali del cardinale Carlo [3]. A giudizio dello scrivente e con buona probabilità, sia nelle dimensioni che nella planimetria San Rocco ripropone i primitivi volumi di San Giorgio, in particolare la piccola abside tondeggiante con lesene esterne nella quale era inserito l’altare che non avrebbe altrimenti scopo in una chiesa del 1600[4], con la sola differenza dall’originale di una sola finestrella nell’abside, quella dove oggi è invetriata una colomba raffigurante lo Spirito Santo[5], proponendo nell’aula anche lo stesso soffitto a cassettoni laqueato[6]. Queste premesse consentono di  apprezzare l’impegno che gli jeraghesi affrontarono nel 1600 con San Rocco costruito ex novo e nel 1700 con l’ampliamento di San Giorgio: sacrestia, nuova abside, battistero, cappella di Santa Maria e cappella di San Carlo, nuova facciata e campanile sopraelevato. Ecco dunque la necessità per i fedeli benestanti di donare alle fabbriche ecclesistiche  beni mobili od immobili, dotandole di lasciti ereditari. Con atti notarili furono costituite offerte annuali provenienti in toto o in parte dalla rendita di un bene immobile  livellandolo a favore della chiesa, cioè gravandolo di una garanzia reale alla quale fossero vincolati giuridicamente anche gli eredi.  Tra queste donazioni vi è, molto interessante, la cosiddetta donazione romana. Nel periodo di nostro interesse 1600-1700 una piccola comunità di jeraghesi di nascita viveva in Roma e dovevano essere benestanti[7]  a giudicare dai lasciti devoluti alla chiesa di san Giorgio.  Pensiamo alla dotazione di scudi mille[8], eseguita da Carlo Maria Puricelli nel 1695, con l’obbligo di una messa quotidiana perpetua. Questo voleva dire garantire la costituzione di una cappellania cioè permettere il sostentamento perpetuo del sacerdote di San Giorgio. Altro jeraghese-capitolino di nostro interesse è Luigi Cremona che nel testamento rogato nella capitale il 14 febbraio 1722, tra le altre disposizioni a favore della parrocchia della sua Patria dispone  “ordina e comanda che il quadro rappresentante la Madona Santissima, che si trova in Patria[9]si debba porre, e mettere con la cornice, che si manderà da Roma e dal medesimo già fatta fare, nella chiesa di S. Rocco ,,.

Ecco dunque svelata l’origine del nostro quadro Madonna con bambino dormiente del Sassoferrato.  Il Sassoferrato, oggi definito dagli studiosi “Pictor Virginum”, ai tempi del suo soggiorno romano non fu particolarmente apprezzato, ma considerato un  classicista, simile ai tanti pittori che in ottemperanza al nuovo clima creato dalla Riforma cattolica, stavano pruducendo moltissime immagini mariane che abbellivano Roma arricchendola delle famose Madonnelle – edicole mariane. Nei loro laboratori vendevano quadri con soggetti sacri, prevalentemente Madonne con Bambino, di piccole dimensioni : 35×45 cm.  o 50×60 cm., con le quali  pellegrini e residenti avrebbero ornato devozionalmente le loro case. Salvi lavorò per Olimpia Aldobrandini-Pamphili e fu autore in Roma di opere pubbliche: la Madonna con Bambino e San Giovanni nel Battistero di San Giovanni in Laterano e la Madonna in San Clemente. Alla sua morte nel 1685 lasciò agli eredi una sostanza di 1500 scudi, giudicata modesta per un pittore di valore. Era conposta da  monete, nessuna casa di proprietà, qualche campo, oltre naturalmente a 106 quadri, molti dei quali  autografi stimati 1600 scudi e divisi tra i figli. Per quanto ci riguarda il lasso temporale considerato poteva ben  consentire ad uno jeraghese in Roma, quale appunto  Luigi Cremona, di acquistare una di queste tele dagli eredi del Sassoferrato, al fine di abbellire la  sua casa jeraghese e destinarla poi in eredità a San Rocco. Per il pittore Salvi Il tempo ha comunque fatto giustizia dell’oblio cui lo aveva relegato la storia della pittura italiana. Ecco come una studiosa del pittore Simonetta Prosperi Valenti Rodinò ne tratteggia la figura[10]: “.. raffinatissimo nell’esecuzione pittorica, ma scarso nell’invenzione, tanto da doversi rivolgere a prototipi più antichi, con una gamma di citazioni che vanno dal tardo Quattocento con Perugino, Pinturicchio, lo Spagna, Raffaello giovane e maturo, suo punto di riferimento costante, ma anche Andrea del Sarto e successivamente i Carracci, Guido Reni, Albani e Cantarini, forse autodidatta ma perfettamente inserito nel movimento classicista a Roma di metà Seicento. ….. ” fu riscoperto nell’ottocento.

Queste poche note mi auguro possano rinnovare l’interesse per questa nostra opera che altrimenti tanto distrattamente osserviamo, auspicando anche che la riproduzione fotografica in San Rocco sia sostituita da una riedizione pittorica molto più viva e  fedele all’originale.

P.S. A seguito di questo articolo l’originale custodito altrove è stato sostituito da una pregevole riproduzione ad olio su tela eseguita dal pittore Gianfranco Battistella.

[1]Card. Alfredo Ildefonso Schuster, visita pastorale Jerago 1938-in decreto della visita : “Si ritiri il quadro della Madonna attribuito al Sassoferrato”.

[2]Non risulta all’analisi dei documenti che in Jerago vi fossero stati all’epoca morti per peste

[3]In instructiones  fabricae ac suppellectiles ecclesiasticae (regole dettate da san Carlo per l’ edificazione delle chiese e degli arredi) il cardinale invita a trasformare le esistenti chiese in edifici importanti architettonicamente, sopraelevandole dotandole di presbiteri dimensionati per la la preghiera e meditazione del clero e per l’educazione cristiana dei fedeli

[4]La primitiva abside fu individuata negli scavi archeologici di San Giorgio- voluti da Don Angelo Cassani ed eseguiti dalla Sopraintendenza Archelogica della Lombardia – sovraintendente Dott.ssa Maria Adelaide Binaghi-Leva

[5]Nell’abside della primitiva chiesa di san Giorgio erano tre finestrelle monofore, poichè nell’ediliziamedievale-romanica il triplice elemento simboleggiavala S.S.Trinità; a conferma si osservi l’abside della romanica San Giacomo. Il costruttore di San Rocco ignorava  nel 1500 tale finezza simbolica, quindi propose una sola finesta nell’abside.

[6]Si rimanda alla descrizione di San Giorgio durante la visita del Cardinale Federico Borromeo

[7]Una indagine accurata relativa alla presenza di varesini ed al contributo nella edificazione barocca di Roma ci porterebbe anche spiegare perchè nella galleria delle carte geografiche vaticane i nomi di Orago e Crena (Crenna) assumano una importanza  topograficamente rilevante. Trovandosi tali località  all’incrocio della via novaria con la via helvetica non potevano sfuggire agli artigiani ed artisti  varesini esecutori di  quelle carte geografiche.

[8]Si pensi che dodici scudi erano la paga trimestrale di un prestatore d’opera specializzato

[9]Si noti come il termine Patria venga usato, non nel senso odierno di nazione , ma con l’accezione germanica di Heimat– terra natale-terra dei padri.

[10]In:  Sassoferrato Pictor Virginum– Nuovi studi e documenti per Giovan Battista Salvi – A cura di Cecilia Prete – Istituto Italiano di Studi Piceni- giugno 2010 – Arti Grafiche Picene pag. 25