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La chiesa romanica di San Giorgio

Aprile 1991

di Anselmo Carabelli

Dati i due precedenti articoli è logico attendersi una chiesa di San Giorgio chiaramente diversa dall’attuale chiesa “vecchia”, che fosse romanica e coeva al campanile.

Tale attesa, viene affermativamente soddisfatta da una nota del card. Giuseppe Pozzobonelli, il quale afferma, sempre negli estratti delle visite pastorali 1750: “la chiesa dedicata a S. Giorgio, è edificata in luogo poco eminente, e di forma oblunga. In qualche nota d’archivio si dice fosse edificata al tempo del Federico Borromeo, ma noi abbiamo visto che già esisteva alla fine del ‘300, da allora si celebra la festa della dedicazione  al 30 dicembre”.

Si può dunque dedurre che la chiesa che vide il card. Pozzobonelli, fosse quella che aveva visto il card. Federico Borromeo nel 1620, la quale nell’arco di tempo che andava dal 1570 al 1620, cioè negli anni del card. Carlo Borromeo e poi del card. Federico Borromeo, era stata ampliata.

La originale chiesa romanica poteva essere dunque quella descritta da padre Leonetto Clivone all’epoca della visita di S. Carlo borromeo. I lavori di questo  primo ampliamento furono di tale entità da far pensare a distanza di centotrenta anni (1620-1750) che la chiesa fosse stata costruita nel periodo di Federico Borromeo.

Fatte queste premesse dii archivio e con l’aiuto di una opportuna planimetria e di due disegni a tratto di penna da me eseguiti, si può tentare una prima lettura di ciò che poteva essere la chiesa romanica del XII secolo.

La figura A rappresenta una ricostruzione della chiesa con il suo campanile romanico, nella figura B (anche per evidenziare il legame con la chiesa di S. Giacomo) possiamo intuire dalla chiesa di S. giacomo, quella che poteva essere la vista posteriore di S. Giorgio.

Immagine San Giorgio Vecchia romanica

figura A

La facciata è quella del Clivone, il campanile è quello descritto negli articoli precedenti e riguarda la sola parte romanica, è stato però disegnato anche un quinto ordine (o piano) con finestrella bifora, piano che sarebbe stato demolito per insediarvi la nuova cella delle campane così come noi la vediamo ora.

Infatti nella parte superiore del quadrante dell’orologio, ho ritrovate le mensoline del capitello della bifora in una zona di collegamento con la più recente struttura. Si individuano anche mattoni chiaramente non romanici e tegole di risulta forse dal fregio della cuspide.

Anche le chiavi che danno più robustezza alla struttura mentre in tutti gli altri ordini sono a filo dei sassi esterni, (sopra il quadrante dell’orologio nella zona di raccordo) sono annegate delle struttura stessa, dopo evidenti adattamenti delle pietre, il che significa che queste chiavi erano più corte delle sottostanti, perché la cella delle due campane era più piccola di circa 12 cm, pertanto quando la cella originale è stata demolita le chiavi sono state recuperate e sono servite per la sottostante legatura, ma hanno dovuto essere annegate nella facciata, perché nella nuova sopraelevazione si era partiti con il piano del quarto ordine (quello dell’orologio, per intenderci) che era più largo.

La facciata è stata completamente abbattuta nel periodo del card. Federico per poter costruire la nuova cappella con arco “ad aquilonem versus” cioè a nord della chiesa e di fronte al campanile; il primo ordine del campanile in questa zona era stato intonacato e abbellito con alcuni fregi geometrici, che ancora si notano e si nota ancora l’inizio dell’arco della cappella della Beata Vergine Maria.

Appena dopo iniziava la cappella di S. Carlo e poi il battistero cui si accedeva scendendo di due gradini. Queste cappelle non esistevano all’epoca della visita di S. Carlo (è evidente che all’epoca della visita di S. Carlo non ci fosse una cappella a lui dedicata); nella descrizione del Clivone gli altari erano a filo del lato della chiesa (per intenderci, così come ora a S. Rocco, la statua della Madonna del Carmine si trovava in una nicchia).

san giacomo

figura B

Ecco perché ho ritenuto corretto disegnare una chiesa senza sporgenze laterali, in sintonia con le più piccole chiese romaniche che possiamo vedere in zona (SS. Cosma e Damiano ad Arsago, o molto similare anche per il campanile seppur non così bello come il nostro, la chiesa di S. Stefano a Bizzozzero di Varese e S. Primo e Feliciano di Leggiuno).

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Oratorio campestre SS Cosma e Damiano di Arsago Seprio, risalente al XII secolo -fonte immagine Hikr.org

La vecchia sacrestia (quella dove c’era il gioco del biliardo per gli anziani, sita tra l’abside, il campo sportivo e l’oratorio, a nord della chiesa e a sud del campanile) fu costruita appunto nel periodo del card. Federico, quando si abbatté la facciata per far posto alle cappelle pocanzi accennate; e siccome allora non si buttava nulla, si pensò di riutilizzare le mensole e le soglie delle tre finestre che nella nuova facciata furono eliminate, proprio per la legatura degli angoli esterni (quelli verso il campo sportivo) della nuova sacrestia. Infatti, a chi osservi questi angoli si evidenziano dei manufatti lunghi e lavorati in sasso che possono essere proprio quelle soglie. Ultima osservazione sul lato sud della chiesa vecchia si osservi la chiesa vecchia stando sotto il grosso noce dell’oratorio (nuova casa parrocchiale).

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Chiesa dei Santi Primo e Feliciano – Leggiuno (VA) – fonte immahine: beweb.chiesacattolica.it

Si vede ancora una parete in sassi a vista con una antiestetica porta a un livello che non è certamente il piano né della chiesa né dell’altare ma era il primo piano di una cascina che era stata addossata alla chiesa originale. Tale porta doveva essere stata incavata da una iniziale finestrella romanica, quando si costruì nel 1500 il locale per pigiatura dell’uva del quale pur si vede un accenno di voltino.

Per le nostre ricerche comunque interessa questo: l’aver addossato una nuova costruzione con funzione diversa ha sicuramente deturpato l’originale finestrella, però ha conservato la struttura originale del muro, nel quale si nota il segno della evidente sopraelevazione, quando tutta la chiesa fu alzata, ma, cosa più importante, a livello di terra si trova un cordolo continuo di sasso granitico che segna la originale chiesa romanica, sassi che certamente non avrebbero introdotto con funzione estetica nella costruzione di un cascinale, quale era appunto quello addossato alla chiesa vecchia prima dell’abbattimento. Si vede anche una chiave al cui interno non c’è alcun tirante. Queste osservazioni faccio a suffragio della validità del disegno da me presentato.

P.s. Nel prosequio  di queste ricerche, mentre traducevo dal latino un documento della visita di federico Borromeo intitolato “De ecclesia loci Jeraghi sub titulo Sancti Georgi plebi Gallarati” anno 1620 ho ritrovato una nota che rettifica una credenza comune di far risalire la consuetudine di andare al Sacro Monte di Varese al 1745 ( Cazzani- Jerago e la sua storia- pag. 83) al capoverso “De consuetudinibus et notis” si legge “…è anche noto che si è soliti andare da Jerago, processionalmente al sacro Monte sopra Varese e Santa Caterina del lago Maggiore…”.

Questo, se porta indietro nel tempo questa tradizione che ancora oggi coltiviamo, di andare alla Madonna del Monte, mette in evidenza un altro pellegrinaggio parrocchiale a noi oggi ignoto, che però rafforza la tesi degli articoli precedenti di una grossa dipendenza con le radici storico-religiose del contado di Stazzona (Angera) e con l’influenza dell’Abbazia benedettina di Sesto Calende.

Non si deve dimenticare che ogni volta che un visitatore ecclesiastico nei diversi periodi da San Carlo in poi, descriveva la Chiesa di s. Giorgio, quando parlava di dedicazione della chiesa ha sempre scritto “ab immemorabili”, cioè se ne perde memoria. Questo avveniva la prima volta come documento scritto nel 1570. Se ipotizziamo che la memoria storica di fatti minori possa perdersi in centocinquanta anni, si può ben ipotizzare il rinvio dell’origine di quei fatti almeno fino agli albori del ‘400.