L’altare di San Carlo nella chiesa di San Giorgio

Il transetto della chiesa di San Giorgio, presenta nel lato destro l’altare di san Carlo con una grande raffigurazione pittorica della sua canonizzazione (pittore Giuseppe Carsana a. 1884  f.1) avvenuta nel 1610.  Il quadro fa da pala ad un altare marmoreo di foggia barocca, sufficientemente elaborato, entrambi provengono dalla chiesa antica di San Giorgio  qui ricollocati nel 1929 dal marmista Provasi di Crema. Sui lati del transetto campeggiano gli affreschi (pittore Emilio Orsenigo a. 1939- f.2-f.3) raffiguranti sul lato sinistro il Santo che dà il Viatico ad un appestato morente nel lazzaretto e sul lato destro la processione penitenziale della croce con la reliquia del Santo Chiodo, guidata dal  Cardinale Carlo per le vie di Milano in occasione della grave epidemia di peste bubbonica. Un tabernacolo assai prezioso ( f.4) presenta sulla porticina, in rilievo, le parole latine della consacrazione che evidenziano il momento in cui durante la messa il pane ed il vino si trasformano nel corpo e nel sangue di Cristo. Verità di fede ribadita strenuamente da S. Carlo nel Concilio di Trento, denunciando l’eresia dei protestanti che vogliono nella celebrazione della Messa e nel dividere il pane solo una memoria dell’ultima Cena. Questo tabernacolo poggia su di un altare o mensa, arricchita frontalmente da un paliotto (f.5) con due fiancate in scagliola intelvese datato 1759.  Pregevoli ai lati dell’altare sono i due bronzetti ispirati al reale salmista Davide. La volta ad arco del transetto è ornata dai riquadri e da tondi incorniciati al cui interno in origine (1929) furono disegnati simboli della carica episcopale – berretta cardinalizia, logo humilitas- pastorale- angioletti, poi coperti da vernice in occasione di una ritinteggiatura. Questo complesso di elementi architettonici e pittorici stratificatisi nel tempo parla di una devozione al santo che è presente fin dal tempo della sua canonizzazione (1610) e  stimola ad una ricerca più approfondita. Il 2 luglio 1570 San Carlo visita Jerago, una comunità di 128 abitanti distribuiti in 28 famiglie che abitano 11 case e 17 stalli.  Parroco è don Camillo Giussani, di anni 32, suo coetaneo, ex maestro di scuola, di buone letture, come testimonia la sua biblioteca, con testi di S. Tommaso e S. Agostino e l‘immancabile Caleppino, lo Zingarelli di allora. Lo qualifica la consuetudine di leggere ad alta ed intellegibile voce, annualmente, alla presenza di tutti i parrocchiani ivi compresi i titolari del Castello, la Bolla in Coena Domini di Gregorio XIII, con la quale,  in ottemperanza agli indirizzi del Concilio di Trento si condannavano: “la protezione accordata agli eretici, la falsificazione di qualsiasi documento pontificio, i maltrattamenti ai prelati,…….. ogni genere di attentati contro la giurisdizione ecclesiastica”.  Questo rivela una comunità fortemente legata alle direttive del suo vescovo ed in sintonia col Papa.  Nelle assise del Concilio di Trento, che si riunisce per contrastare il grave vulnus inflitto alla cristianità dalle chiese protestanti riformate,  il nostro cardinale Carlo era stata una guida sicura ed un campione della Riforma Cattolica. La comunità jeraghese ancor prima del 1620 aveva dotato la chiesa parrocchiale di un altare dedicato al santo ricavato a sinistra dell’altar maggiore tra il fianco del battistero e il fianco ovest del Campanile, sacrificando una parte della nuova e recente cappella mariana, (si veda un popolo in cammino ott. 2003 pag. 6). Fu pure commissionato tra il 1610 ed il 1620 ad un pittore ignoto un quadro del santo in abiti sacerdotali (attualmente in S. Rocco f.6) simile a quello dipinto da Giovan Battista Crespi per l’abside di San Gottardo in Corte.  Il Cardinal Federico Borromeo, secondo successore e cugino di San Carlo, nella sua relazione alla visita pastorale del 1620, lo descrive posto in sacrestia perché troppo grande per il piccolo altare.  Nella tela gli  jeraghesi vollero che il santo fosse ritratto con la barba, così come lo avevano visto di persona, poiché il santo, normalmente rappresentato glabro, sacrificò la barba solo nel 1576, come atto penitenziale in epoca di pestilenza. Quel quadro poté essere esposto nella sua destinazione solo nel 1759, essendo Parroco Carlo Fontana, grazie alla trasformazione della antica parrocchiale: ampliamento, sopraelevazione del campanile  della chiesa, nuova facciata. Fu edificata anche la nuova cappella di San Carlo, sul lato sud, con l’altare e le alzate in marmo in fregio alla pala. Lo scopo fu di distinguere chiaramene l’altare dagli oggetti di uso comune, mettendolo in risalto rispetto alle pareti circostanti, affinchè la mensa non venisse scambiata con un semplice tavolo domestico e contemporaneamente si valorizzasse il tabernacolo, preziosa custodia del S.S. Sacramento ( f. 1). II raffinato paliotto della mensa (f. 5) rivela un medaglione centrale dove una berretta cardinalizia racchiude una croce su di una barca, circondata da uno sfarzo di forme raffinate, nastri e fiori dai tratti bianco perlacei che sembrano emulare forme scultoree ricavate da ben più prezioso marmo di Carrara.  Erano realizzate invece con materiale ben più povero, duttile e caldo al tatto quale lo stucco; tinto e plasmato da autentici maestri che qui arrivavano dalla valle di Intelvi o dal Mendrisiotto, dando vita ad una serie di opere che qualificano alcuni altari delle nostre chiese settecentesche, in una rara  forma artistica, della quale oggi si è perso la tecnica, ma che rappresenta qualcosa di veramente prezioso ed irripetibile quanto ignorato. Ma ancora una volta l’apparato scultoreo a cornice del quadro e dell’altare di san Carlo, dimensionato alla rinnovata chiesa, risultava ora troppo grande per il quadro che, comunque rimase fino al 1884 quando fu trasferito in San Rocco, sostituito dal quadro della Gloria di San Carlo offerto dal sacerdote Pietro Puricelli, nativo di Jerago, padre oblato missionario di Rho. Il Puricelli lo aveva commissionato al pittore Giuseppe Carsana da lui conosciuto mentre operava nell’abbellimento del Santuario dell’Addolorata. In particolare Carsana è noto come autore dell’originale presepio a grandezza naturale, composto da forme ritagliate e pinte, che viene riproposto ogni anno a Natale nel Santuario, antesignano dei piccoli presepi di cartone della nostra infanzia. Nel 1929, con l’edificazione della chiesa nuova, tutto l’altare fu ricollocato integralmente sul lato sud del transetto (f. 7).

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